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DON GIOVANNI TICOZZI

Pasturo 1897 – Lecco 1958

(da sinistra: don Riccardo Cima, Bonario Isaia, don Giovanni Ticozzi, don Attilio - il giorno dell’inaugurazione dell’Oratorio Bruno Colombo)

Era gremito il Teatro Sociale di Lecco la sera del 19 febbraio: si commemoravano i cinquant’anni della morte di don Giovanni Ticozzi, pasturese ”d.o.c.” come è stato ricordato all’inizio della manifestazione. E’ toccato al Cardinal Angelo Scola, patriarca di Venezia, che da giovane liceale ha conosciuto il sacerdote pasturese, allora preside e professore, tracciarne un profilo: «Dire don Giovanni Ticozzi vuole dire educatore; in lui la passione educativa è sempre stata unita indissolubilmente con la passione civile: una cura integrale del popolo, un gusto vivissimo del dialogo, un senso roccioso del bene comune, che hanno origine dalla gratuità in cui il cristiano è immerso; una misura alta e larga della politica». E la conclusione del Cardinale è stata rivolta a tutti i presenti: “In una società come la nostra, di forte cambiamento, uomini come don Ticozzi, figura singolare di testimone e maestro, domandano eredi. E’ una domanda che ci mette in gioco direttamente, personalmente e comunitariamente”.
Ma perché questa attenzione, e questa stima ancora attuale, rivolte al nostro concittadino del secolo scorso? Un brano di una lettera, scritta dal carcere di S. Vittore ai suoi familiari (fra cui la sorella, la “maestra Bambina”) nel 1945, ci suggerisce una risposta: “Perché mettermi in certi pasticci? Uno che va a caccia, può per sbaglio prendere una pallinata; e disgrazia! Doveva stare a casa sua! Ma quando – dici tu Miro - c’è la passione della caccia, come si fa a stare a casa? E quando – dico io – c’è la passione per il nostro prossimo, per la nostra gente, per chi lavora e soffre ed è tradito, violentato e vilipeso, e tu puoi fare qualche cosa in suo aiuto e sorgere, in nome della giustizia e della carità, contro la prepotenza e la tirannia (…) e per questo ti unisci ad altri che sono come te trepidi e preoccupati del presente e del futuro, non già per vanità sciocche e sterili ma per portare il tuo contributo al risanamento e alla ricostruzione della tua terra, tu, voi, chi potrebbe condannarmi? ‘Ma non tocca a te’ A chi allora tocca? ‘Ci penseranno altri’ Chi sono questi altri? I soliti che trovano comodo sfruttare la pigrizia o l’indifferenza o l’assenteismo degli altri per spadroneggiare? (…) Concludo: una persona, per esempio io, può trovarsi in tali contingenze di vita per cui peccherebbe contro le sue convinzioni e la sua coscienza se si rifiutasse di prestare la sua opera, quale che essa sia, per conseguire quel bene che intende attuare nel miglior modo. E per far questo deve saper affrontare anche i pericoli e – se è il caso – la morte”.
Traspare da queste righe l’integrità morale di don Giovanni: ogni cambiamento della società, diceva, non può che iniziare da noi stessi: “E’ necessario che cominci subito e prima da noi e in noi quest’opera di formazione e di risanamento morale, subito e prima di aspettarsela e pretenderla dagli altri”.
(Dal “Grinzone” – n. 22, marzo 2008) Don Giovanni Ticozzi è sepolto nel cimitero di Pasturo accanto alla sorella, la “maestra Bambina”. A don Giovanni Ticozzi è intitolata la Sala Conferenze della Provincia in Via Ongania a Lecco e, a Pasturo, la Via che collega Via Celestino Ferrario – a Baiedo – con Via Casere a Pasturo. Per saperne di più si rinvia al testo: don Giovanni Ticozzi, Framenti di vita, Bartolozzi – Lecco 1959